Attualità dall'Italia
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L'Italia dei mostri: cronistoria del male da Verzeni ai giorni nostri
Una galleria di assassini efferati che hanno segnato la storia criminale del nostro Paese, tra follia, ideologia e tragedia.
Ogni Paese ha la sua cronaca nera. L'Italia, dietro l'immagine consolidata di terra di sole e di bellezza, ne custodisce una particolarmente fitta e inquietante, fatta di "mostri" che hanno attraversato oltre un secolo e mezzo di storia, segnando l'immaginario collettivo come pochi altri fatti. Dalle campagne bergamasche di fine Ottocento, dai boschi della Brianza dei primi anni Duemila sino ai giorni nostri, l'orrore ha cambiato volto, ma non ha mai smesso di esistere. Questa è la cronistoria di quei volti.
Vincenzo Verzeni, il vampiro della bergamasca
La data ufficiale d'inizio della saga nera italiana è il 1870. Vincenzo Verzeni, contadino di Bottanuco in provincia di Bergamo, nato l'11 aprile 1849, è riconosciuto come il primo serial killer dell'Italia unita. Cresciuto in una famiglia segnata da un padre violento e alcolizzato e da una madre epilettica, manifestò i primi segni di aggressività a diciotto anni. Tra il 1870 e il 1871 strangolò la quattordicenne Giovanna Motta e la ventottenne Elisabetta Pagnoncelli, aggredendo altre sei donne tra cui la cugina Marianna. Sui cadaveri compì mutilazioni atroci, asportando organi e mordendo le carni per succhiarne il sangue: un modus operandi che gli valse il soprannome di "vampiro della bergamasca". Il suo caso attirò l'attenzione di Cesare Lombroso, che fu perito al processo e ne fece uno dei primi oggetti di studio dell'antropologia criminale italiana. La Corte d'Assise di Bergamo lo condannò ai lavori forzati a vita. Sfuggì alla pena capitale per un solo voto e morì in carcere.
Leonarda Cianciulli, la saponificatrice di Correggio
Se Verzeni fu il pioniere, Leonarda Cianciulli fu la prima grande figura femminile della nostra cronaca nera. Nata a Montella, in provincia di Avellino, il 18 aprile 1894, dopo un'infanzia segnata da abusi e da una madre rifiutante, si trasferì con il marito Raffaele Pansardi prima a Lauria, poi a Lacedonia e infine, nel 1930, a Correggio, in provincia di Reggio Emilia. Su tredici gravidanze ne erano andate a buon fine solo quattro, fatto che alimentò in lei l'ossessione di proteggere i figli sopravvissuti da una presunta maledizione materna. Tra il 1939 e il 1940 uccise tre conoscenti — Faustina Setti, Francesca Soavi e la cinquantanovenne Virginia Cacioppo, soprano di una certa fama — con l'ascia. Dopo gli omicidi ne ridusse i corpi in pezzi e li sciolse nella soda caustica, ricavandone saponette regalate ai vicini e biscotti che, secondo la sua confessione, conteneva il sangue delle vittime e veniva servito agli ospiti. Movente dichiarato: la convinzione che solo un sacrificio umano potesse proteggere la prole. Arrestata su segnalazione della cognata di Virginia Cacioppo, confessò senza esitazioni. Il processo si svolse nel 1946, ritardato dalla guerra. Riconosciuta seminferma di mente grazie alla perizia di Filippo Saporito, fu condannata a trent'anni di reclusione e tre di manicomio criminale. Morì nel carcere di Pozzuoli il 15 ottobre 1970, all'età di settantasei anni.
Il mostro di Firenze, il caso irrisolto per eccellenza
Tra il 21 agosto 1968 e l'8 settembre 1985 le campagne intorno a Firenze furono teatro di otto duplici omicidi commessi ai danni di coppie appartate in auto o in tenda. Quindici vittime in totale, colpite con una pistola Beretta calibro 22 caricata con munizioni Winchester marcate dalla lettera "H" sul fondello del bossolo. In diversi casi l'assassino infierì sui corpi delle vittime di sesso femminile, asportandone il pube e, in un caso, anche il seno sinistro. Il caso del "mostro di Firenze" — primo serial killer riconosciuto come tale nel nostro Paese — è rimasto giudiziariamente irrisolto. Il principale indiziato, Pietro Pacciani, contadino di Vicchio del Mugello soprannominato "il Vampa" per il carattere irascibile, fu condannato in primo grado nel 1994 a quattordici ergastoli, assolto in appello nel 1996, e morì il 22 febbraio 1998 in attesa del nuovo processo ordinato dalla Cassazione. Due suoi amici, i cosiddetti "compagni di merende" Mario Vanni e Giancarlo Lotti, furono condannati in via definitiva nel 2000 per quattro degli otto duplici omicidi. Nessuna prova fisica — DNA, impronte, arma del delitto — è mai stata definitivamente ricondotta agli imputati. Le ipotesi di un mandante esoterico, della cosiddetta "pista sarda" e di un secondo livello di responsabili non hanno mai trovato riscontri processuali. A oltre quarant'anni dall'ultimo delitto, la caccia al "mostro" continua, alimentata anche da recenti analisi sul DNA rinvenuto su alcuni reperti.
Ludwig, il fanatismo che uccide
Dietro la sigla "Ludwig", lasciata su volantini rivendicativi compilati con il normografo, si nascondevano due giovani veronesi di buona famiglia: Wolfgang Abel, nato a Monaco di Baviera nel 1959, e Marco Furlan, suo amico fraterno. Tra il 1977 e il 1984, tra il Veneto, la Lombardia e la Baviera, colpirono senzatetto, prostitute, omosessuali, religiosi e clienti di discoteche, in nome di un'ideologia neonazista che li portava a considerarsi inquisitori incaricati di purificare il mondo. Tra le azioni rivendicate: l'incendio del cinema a luci rosse Eros di Padova, il rogo della Liverpool sex diskothek di Monaco, in cui morì la ventunenne Corinne Tartarotti, e la tentata strage alla discoteca Melamara di Castiglione delle Stiviere, il 4 marzo 1984, dove all'interno si trovavano quattrocento ragazzi mascherati per il carnevale. Fu proprio quel tentativo a tradirli. Il processo si concluse il 10 febbraio 1987 con la condanna a trent'anni di reclusione più tre di manicomio criminale, ridotti a ventisette in appello, per cinque omicidi e tre attentati. Furlan fuggì nel 1991 ma fu catturato a Creta nel maggio 1995. Si è laureato in ingegneria informatica in carcere ed è uscito definitivamente nel 2010. Abel ha scontato la pena tra carcere e arresti domiciliari ed è morto nel 2024 in stato vegetativo, senza aver mai parlato del possibile "terzo uomo" la cui esistenza, secondo alcuni indizi, non è mai stata del tutto esclusa.
Il massacro del Circeo
Nel cuore degli anni di piombo si consumò una pagina di violenza che non fu seriale, ma che per ferocia e impatto sull'opinione pubblica entrò di diritto nella galleria nera italiana. Tra il 29 e il 30 settembre 1975, in una villa di Punta Rossa a San Felice Circeo, tre giovani neofascisti della Roma bene — Andrea Ghira, ventidue anni, Angelo Izzo, venti, studente di medicina, e Gianni Guido, diciannove — attirarono con il pretesto di una festa due ragazze del quartiere romano della Montagnola: Donatella Colasanti, diciassette anni, e Rosaria Lopez, diciannove. Per trentasei ore le seviziarono, le stuprarono e le torturarono. Rosaria fu annegata nella vasca da bagno; Donatella, picchiata e quasi strangolata, si finse morta e sopravvisse. Chiusi i corpi nel bagagliaio dell'auto di Guido, i tre li abbandonarono in viale Pola a Roma e andarono a cena. Fu un passante, allarmato dai colpi che Donatella batteva dall'interno, a salvarla. Il processo si chiuse nel luglio 1976 con l'ergastolo per tutti e tre. Ghira riuscì a fuggire e morì latitante in Spagna nel 1994. Guido, ridotta la pena a trent'anni, è tornato libero nel 2009 grazie all'indulto. Izzo, ottenuta la semilibertà nel 2004, l'anno successivo uccise a Ferrazzano, in provincia di Campobasso, Maria Carmela Linciano e la figlia minorenne Valentina Maiorano, moglie e figlia di un pentito conosciuto in carcere. È stato nuovamente condannato all'ergastolo nel 2007. Donatella Colasanti è morta nel 2005, a quarantasette anni, per un tumore. Le sue ultime parole: "battiamoci per la verità".
Luigi Chiatti, il mostro di Foligno
Tra il 1992 e il 1993 l'Umbria fu sconvolta dalla morte di due bambini. Il 4 ottobre 1992 scomparve a Foligno il piccolo Simone Allegretti, di quattro anni, ritrovato strangolato e accoltellato in una scarpata pochi giorni dopo. Il 7 agosto 1993 fu la volta di Lorenzo Paolucci, tredici anni, il cui cadavere fu trovato a pochi metri dall'abitazione di un giovane geometra. Quel giovane era Luigi Chiatti, nato come Antonio Rossi a Narni nel 1968, abbandonato dalla madre biologica e adottato. Si tradì partecipando alle ricerche del bambino e lasciandosi alle spalle tracce di sangue che conducevano sotto la finestra di casa sua. Confessò con freddezza clinica, raccontando i delitti come se fossero esperimenti per "capire cosa si prova". Condannato a due ergastoli in primo grado dalla Corte d'Assise di Perugia nel dicembre 1994, vide la pena ridotta a trent'anni in appello nell'aprile 1996, per il riconoscimento della seminfermità mentale. La Cassazione confermò nel 1997. Scontati i trent'anni nel 2015, fu trasferito in una REMS, residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza, dove tuttora si trova, avendo lui stesso dichiarato in più occasioni di temere di tornare a uccidere se rimesso in libertà.
Gianfranco Stevanin, il mostro di Terrazzo
Quasi negli stessi anni, le campagne veronesi nascondevano un altro orrore. Gianfranco Stevanin, agricoltore di Terrazzo nato a Montagnana nel 1960, abbordava prostitute, le portava nella sua casa isolata, le fotografava, le seviziava e le uccideva, occultandone poi i corpi nei terreni di proprietà. Fu scoperto il 16 novembre 1994 grazie alla fuga di una giovane austriaca, Gabriele Musger, che riuscì a lanciarsi dall'auto al casello di Vicenza Ovest. Le perquisizioni nella sua casa rivelarono oltre settemila fotografie, schedari, raccolte di peli pubici e i documenti di donne scomparse. Successivi scavi nei suoi terreni portarono al ritrovamento dei resti di cinque vittime, smembrate e seppellite. L'iter processuale fu tormentato e ruotò in larga parte sull'incidente di moto che Stevanin aveva subito anni prima, da cui derivava una grave cicatrice cranica e ipotesi di disturbo dissociativo: condannato all'ergastolo in primo grado, fu assolto per gli omicidi in appello con dieci anni per il solo occultamento, ma il processo bis del 23 marzo 2001 ribaltò nuovamente il verdetto confermando l'ergastolo per cinque omicidi, occultamento di cadavere e violenze sessuali. Sta scontando la pena nel carcere di Bollate.
Donato Bilancia, il più "killer" tra i serial killer
Genova, autunno 1997 - primavera 1998: in soli sei mesi, diciassette omicidi. Nove uomini, otto donne. Vittime tra loro slegate: un gioielliere, due cambiavalute, tre metronotte, un giocatore d'azzardo, un benzinaio, prostitute, due viaggiatrici uccise a bordo di treni regionali.
Donato Bilancia, nato a Potenza nel 1951 e cresciuto a Genova in un contesto familiare freddo e umiliante, è stato il più prolifico serial killer italiano per numero di vittime in un arco temporale così ristretto. La stampa lo battezzò "mostro dei treni" o "Jack lo squartatore italiano"; le Ferrovie dello Stato, nel 1998, decisero di blindare i convogli. Arrestato nel maggio del 1998 grazie all'identificazione della sua auto e alla testimonianza di una donna transessuale sopravvissuta a un suo agguato, confessò ogni delitto. Dichiarato pienamente capace di intendere e di volere da due perizie, fu condannato il 12 aprile 2000 a tredici ergastoli — una delle pene più severe della storia giudiziaria italiana — più ventotto anni per tentato omicidio, rapina e altri reati. Morì nel carcere di Padova il 17 dicembre 2020, a sessantanove anni, per complicazioni legate al Covid-19.
Le Bestie di Satana, la setta che uccideva nei boschi
A cavallo del millennio, una nuova ondata di orrore arrivò dalla provincia di Varese. Un gruppo di giovani della zona di Somma Lombardo, affascinato da satanismo, droghe e musica metal estrema, divenne tristemente noto come le "Bestie di Satana". Sotto la guida del carismatico Nicola Sapone, idraulico ventisettenne, tra il 1998 e il 2004 il gruppo uccise Fabio Tollis (sedici anni) e Chiara Marino (diciannove) nei boschi di Somma Lombardo, indusse al suicidio Andrea Bontade — costretto a schiantarsi con l'auto contro un muro per non aver partecipato al duplice omicidio — e uccise Mariangela Pezzotta nel 2004 in uno chalet di Golasecca. Fu proprio Andrea Volpe, in cella per quest'ultimo delitto, a raccontare alla Procura di Busto Arsizio i riti, le croci rovesciate, i sacrifici. La sentenza definitiva, del 2007, ha riconosciuto la responsabilità del gruppo per tre omicidi e un'induzione al suicidio. Sapone ha avuto l'ergastolo; Volpe è uscito dal carcere nel marzo 2020 dopo aver scontato sedici dei vent'anni inflitti. Restano dubbi mai chiariti su altre morti sospette nella zona, fino a quattordici secondo alcune ipotesi, mai sfociate in nuove inchieste per mancanza di prove.
Unabomber, il fantasma del Nordest
Mentre nei boschi della Brianza si consumavano i delitti delle Bestie di Satana, il Veneto e il Friuli Venezia Giulia vivevano un altro incubo, di natura diversa ma di durata persino superiore: quello di un attentatore seriale che piazzava ordigni esplosivi camuffati da oggetti d'uso comune — tubetti di maionese, pennarelli, uova di Pasqua, candele, bottiglie, perfino ovetti Kinder. La stampa lo ribattezzò "Unabomber", in analogia con il terrorista statunitense Theodore Kaczynski, anche se le motivazioni del bombarolo italiano non sono mai state né rivendicate né davvero comprese. Il primo attentato risale al 21 agosto 1994: a Sacile, in provincia di Pordenone, durante la Sagra degli Osei, Daniela Pasquali e i suoi due figli rimasero feriti dall'esplosione di un tubo pieno di biglie lasciato vicino a una fontanella. L'ultimo è del 6 maggio 2006, a Porto Santa Margherita di Caorle, dove l'infermiere mestrino Massimiliano Bozzo, ventottenne, perse tre dita della mano nell'esplosione di un ordigno nascosto sotto il tappo di una bottiglia che conteneva un messaggio. In totale, trentadue ordigni in dodici anni, distribuiti in obiettivi apparentemente casuali ma con una predilezione inquietante per oggetti familiari, bambini e simboli religiosi. Nessuna vittima è stata uccisa, ma molte hanno riportato mutilazioni e traumi gravissimi: tra loro la piccola Francesca Girardi, che il 25 aprile 2003, lungo il greto del Piave a San Biagio di Callalta, raccolse un evidenziatore esplosivo e perse mano e occhio destri a soli nove anni. La profilazione criminale ha disegnato il ritratto di un uomo solitario, oggi tra i cinquanta e i settanta anni, con notevoli competenze chimiche ed elettrotecniche, dotato di laboratorio privato in un'area di sessanta chilometri quadrati attorno a Pordenone, capace forse di osservare a distanza le esplosioni: una vittima ha raccontato di un uomo che le sorrideva pochi istanti prima dell'esplosione. Le indagini si concentrarono per anni sull'ingegnere pordenonese Elvo Zornitta, sempre assolto. Su istanza del giornalista Marco Maisano e di due vittime, la procura di Trieste riaprì l'inchiesta nel 2022; una superperizia genetica su sessantatré persone non ha portato ad alcuna corrispondenza, e il 12 maggio 2026 il gip ha definitivamente archiviato il procedimento "senza declaratoria di prescrizione". Tra le ipotesi sul lungo silenzio dopo il 2006: la morte dell'attentatore, una detenzione per altro reato, la cessazione spontanea dell'attività. L'autore degli ordigni del Nordest resta, a tutti gli effetti, un fantasma.
Il nuovo millennio: dai mostri ai femminicidi
Esauritasi anche la stagione di Unabomber, il fenomeno del serial killer "classico" è andato attenuandosi nel nuovo secolo, lasciando spazio a forme diverse di crimine efferato: stragi familiari, femminicidi, omicidi su singola occasione di insolita brutalità. La strage di Erba dell'11 dicembre 2006, in cui i coniugi Olindo Romano e Rosa Bazzi sterminarono a colpi di spranga e coltello quattro vicini di casa — tra cui un bambino di due anni — ha riaperto in tempi recenti il dibattito sulla revisione del processo. La condanna di Massimo Bossetti per l'omicidio di Yara Gambirasio, tredicenne di Brembate di Sopra scomparsa nel 2010, ha segnato il primo grande caso italiano risolto in via definitiva grazie all'analisi del DNA, con sentenza confermata nel 2018: ergastolo. Si tratta di casi singoli e non seriali, ma raccontano un Paese in cui il "mostro" ha smesso di essere il fenomeno marginale di un tempo per diventare, talvolta, il vicino di casa o il marito.
Garlasco, il caso che divide ancora l'Italia
Tra tutti i delitti del nuovo secolo, nessuno ha alimentato un dibattito processuale e mediatico paragonabile a quello di Garlasco. Il 13 agosto 2007, nella villetta di famiglia in via Pascoli, viene trovata morta a colpi alla testa Chiara Poggi, ventisei anni. A scoprire il cadavere è il fidanzato, Alberto Stasi, venticinquenne, che chiama il 118 alle 13:50. Inizia uno degli iter giudiziari più controversi della storia repubblicana: Stasi viene assolto in primo grado nel 2009 e in appello nel 2011, vede la sentenza annullata dalla Cassazione nel 2013, è condannato in appello bis a sedici anni nel 2014 e la sentenza diventa definitiva nel dicembre 2015. Sta scontando la pena ed è oggi in regime di semilibertà.
Il fulcro probatorio della condanna è stato l'enigma delle scarpe: le Lacoste che Stasi indossava la mattina della scoperta del cadavere erano risultate completamente pulite, nonostante egli avesse dichiarato di essersi affacciato sulle scale e di aver visto il corpo della fidanzata, scenario che — secondo la perizia disposta in appello bis — avrebbe reso "statisticamente impossibile" non calpestare le tracce ematiche presenti sul pavimento e trasferirle al tappetino dell'auto. Quanto al movente attribuito a Stasi, l'accusa ipotizzò che Chiara avesse scoperto, la sera prima, materiale pedopornografico nel computer del fidanzato, e che la lite scaturita da quella scoperta fosse degenerata.
Il caso non si è mai veramente chiuso. Già nel 2016 una perizia della difesa indicava che il DNA repertato sotto le unghie della vittima poteva non appartenere a Stasi ma a un conoscente: Andrea Sempio, amico del fratello minore di Chiara, Marco Poggi. La prima indagine su Sempio fu archiviata nel 2017, ma l'11 marzo 2025 la Procura di Pavia ha riaperto ufficialmente il caso, sulla base di nuove analisi sul DNA, della rivalutazione di una traccia palmare rinvenuta sulle scale della villetta (la cosiddetta "impronta 33") e di intercettazioni rilette alla luce di nuove tecnologie. L'8 maggio 2026 la procura ha chiuso le indagini, contestando a Sempio l'omicidio sulla base di ventuno elementi indiziari, e ha contestualmente trasmesso gli atti al Procuratore Generale di Milano per la richiesta di revisione del processo Stasi. Sul fronte parallelo, sono indagati per favoreggiamento anche i genitori di Sempio, in relazione alle telefonate e all'alibi fornito al figlio nel 2008. Secondo l'ipotesi accusatoria, Sempio avrebbe ucciso Chiara in seguito al rifiuto di un approccio sessuale. L'indagato si proclama innocente. A quasi diciannove anni dal delitto, "chi ha ucciso Chiara Poggi" resta uno degli interrogativi più dolorosi e divisivi della cronaca italiana, e potrebbe presto trasformarsi in uno dei più clamorosi errori giudiziari della nostra storia recente.
Una riflessione finale
Dalla campagna bergamasca di fine Ottocento ai boschi della Brianza, dalla cucina di Correggio ai treni della Liguria e ai femminicidi dell’ultimo decennio, l'orrore italiano ha cambiato scenografia ma conservato alcuni tratti ricorrenti: contesti familiari disfunzionali, traumi infantili non elaborati, un rapporto distorto con la sessualità o con il potere, talvolta un'ideologia o una religiosità deviata. La criminologia ha imparato molto da questi casi — è proprio dallo studio di Verzeni che Lombroso pose le basi dell'antropologia criminale — ma la giustizia, davanti a certi delitti, continua a interrogarsi: ergastolo, seminfermità mentale, percorsi rieducativi, REMS. Restano domande aperte sull'identità del mostro di Firenze, sul "terzo uomo" di Ludwig, sui collegamenti tra i delitti delle Bestie di Satana e altre morti sospette dell'area varesotta, sull’identità di Unabomber e sull’assassino di Chiara Poggi. E resta, soprattutto, il dovere della memoria verso le vittime: nomi che, a distanza di decenni, non possono e non devono diventare semplici note a piè di pagina della storia criminale di un Paese.