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Cultura, moda e viaggi

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Anatomia di una sostituzione linguistica

Dal latino al francese, dal francese all’inglese: ogni epoca ha avuto la sua lingua dominante. Oggi, l’italiano fa i conti con un’ondata di anglicismi che non sempre rispondono a una reale necessità linguistica. Un viaggio tra prestiti necessari, prestiti di lusso e pseudo anglicismi per capire cosa succede quando una lingua smette di nominare le proprie cose con le proprie parole.

 

Una scena quotidiana

Apriamo un qualsiasi portale di ricerca del personale. Troviamo annunci per posizioni di junior account executive, customer care specialist, team leader della logistica, back office assistant. Si cerca un rider per le consegne a domicilio, un sales advisor per un negozio di abbigliamento, un social media manager per una piccola impresa familiare. I requisiti elencano problem solving, team working, mindset orientato al cliente. Lo stipendio spesso non è dichiarato ma il candidato dovrà essere performante, proattivo e disposto ad accettare lo smart working o un internship.

Eppure stiamo parlando dell'Italia, non di Londra. E si tratta, in molti casi, di lavori semplici: commessi, magazzinieri, segretari, fattorini. Mestieri che la lingua italiana ha sempre saputo nominare con precisione e dignità.

Cosa è successo? E cosa, esattamente, sta accadendo alla nostra lingua?

 

Le lingue veicolari: una prospettiva storica

Nessuna lingua è eterna nella sua egemonia. La storia della comunicazione umana mostra una successione di idiomi che hanno assunto, per un certo arco di tempo, lo statuto di lingua franca: cioè di lingua condivisa per la comunicazione tra parlanti di madrelingue diverse, soprattutto in ambito commerciale, diplomatico e scientifico.

Nel mondo antico mediterraneo questo ruolo fu del greco, poi del latino. Il latino sopravvisse come lingua veicolare europea ben oltre la caduta dell'Impero romano: rimase la lingua del diritto, della Chiesa, della scienza e dell'università fino almeno al Settecento. Newton scriveva ancora in latino i suoi Principia nel 1687.

Dal XVII secolo e con maggiore forza nel XVIII, il francese assunse il ruolo di lingua della diplomazia, della corte e della cultura raffinata. Lo dimostra l'enorme quantità di francesismi entrati nell'italiano in quei secoli: dalle parole della moda (gilet, foulard, abat-jour) a quelle del vivere sociale (debutto, gaffe, dossier, élite). Il francese restò lingua diplomatica ufficiale per oltre due secoli: ancora al Congresso di Vienna del 1815 era il francese a regolare i lavori delle cancellerie europee. Il subentro dell'inglese è invece recentissimo. Si afferma dopo la prima guerra mondiale, ma soprattutto dopo la seconda, con la nuova centralità geopolitica degli Stati Uniti e con la rivoluzione informatica del secondo Novecento.

 

Perché oggi domina l'inglese

L'attuale predominio dell'inglese non è dovuto a presunte qualità intrinseche della lingua. Gli idiomi non sono "superiori" o "inferiori" gli uni rispetto agli altri: la linguistica scientifica ha da tempo abbandonato ogni gerarchia di questo tipo. Il dominio dell'inglese è il prodotto di una combinazione di fattori extralinguistici:

  • la forza economica e militare degli Stati anglofoni, in particolare degli Stati Uniti dopo il 1945;

  • la centralità dell'inglese nelle istituzioni internazionali nate nel dopoguerra (ONU, NATO, Banca Mondiale, FMI);

  • il dominio nella produzione scientifica: la stragrande maggioranza delle pubblicazioni accademiche nelle scienze dure e applicate è oggi in inglese;

  • la preminenza nell'industria culturale di massa: cinema, musica popolare, serie televisive;

  • soprattutto, il fatto che l'inglese è la lingua nativa di internet e dell'informatica. I primi sistemi operativi, i primi protocolli di rete, i primi linguaggi di programmazione nascono in ambiente anglofono.

A questi fattori si aggiunge un meccanismo a cascata: una lingua tende a essere appresa quanto più è già diffusa. L'inglese è oggi la prima lingua straniera studiata in quasi tutti i sistemi scolastici europei e mondiali, il che ne consolida ulteriormente l'egemonia.

 

Anglicismi: una tipologia

Non tutti i prestiti dall'inglese sono uguali. La linguistica distingue da tempo alcune categorie utili a inquadrare il fenomeno.

  • prestiti necessari: termini che entrano insieme alla cosa o al concetto che designano, in mancanza di un corrispettivo italiano. Computer, software, e-mail, smartphone, blog. In molti casi all'inizio si è tentato di tradurre (calcolatore, posta elettronica), ma l'uso ha preferito il termine inglese, specie quando più breve. Sono prestiti pienamente legittimi: ogni lingua viva ne integra continuamente.

  • prestiti di lusso: termini per i quali esiste un perfetto equivalente italiano ma che vengono comunque preferiti per ragioni di prestigio o di moda. Meeting per riunione, deadline per scadenza, target per obiettivo, mission per missione, location per luogo, feedback per riscontro. Qui non c'è alcuna necessità linguistica: c'è solo una scelta sociale.

  • pseudoanglicismi: parole che hanno aspetto inglese ma che non sono usate in inglese o non in quel significato. Il caso più noto è smart working, espressione coniata in Italia e sostanzialmente incomprensibile per un madrelingua inglese, che direbbe remote working o working from home. Altri esempi: footing per jogging, beauty case per vanity case, spider per un'auto decappottabile. Sono parole italiane travestite da inglese.

  • calchi semantici: parole italiane che acquisiscono nuovi significati per influsso dell'inglese. Realizzare nel senso di "rendersi conto" (da to realize), assumere nel senso di "presumere" (da to assume), applicare per una posizione lavorativa (da to apply for).

La maggior parte degli anglicismi che invadono oggi il lessico professionale italiano rientra nelle ultime tre categorie: non sono linguisticamente necessari, ma rispondono a logiche di prestigio, di mimesi sociale e di marketing.

 

Il caso del mondo del lavoro

Il mondo del lavoro è il laboratorio in cui la sostituzione linguistica è più visibile. Negli annunci di ricerca del personale assistiamo a una sistematica rinominazione anglosassone delle mansioni:

  • responsabile vendite → sales manager

  • addetto al servizio clienti → customer care specialist

  • segretaria → office assistant o back office

  • addetto alle pulizie → cleaning operator

  • magazziniere → warehouse operator

  • fattorino → rider

  • direttore generale → CEO

  • responsabile del personale → HR manager

 

L'operazione produce un effetto curioso: lavori dignitosissimi ma percepiti come ordinari vengono rivestiti di un'etichetta inglese che ne suggerisce, almeno simbolicamente, una promozione di status. Il fattorino non è più un fattorino, è un rider, evocando flessibilità, modernità, appartenenza al mondo digitale. La mansione, le tutele e spesso lo stipendio restano però gli stessi, o talora peggiori.

Questa pratica solleva almeno due problemi. Il primo è una questione di trasparenza: per chi non conosce bene l'inglese — e parliamo di una porzione importante della popolazione italiana, specie nelle fasce d'età più adulte — l'annuncio diventa di fatto opaco. Si crea una barriera linguistica all'accesso al mercato del lavoro per mansioni che non richiederebbero in alcun modo competenze in inglese. Il secondo è una questione di significato: il prestito di lusso non aggiunge informazione. Anzi, talvolta la sottrae, perché un termine inglese "tecnico" può oscurare la realtà concreta del lavoro che si andrà a svolgere, presentando come moderno e qualificato ciò che resta, nei fatti, lavoro generico e sottopagato.

 

Il dibattito: tra purismo e apertura

Il fenomeno ha generato in Italia un dibattito pluridecennale. Nel 1987 il linguista Arrigo Castellani pubblicò sulla rivista Studi linguistici italiani un saggio dal titolo provocatorio: Morbus anglicus. L'autore denunciava l'invasione degli anglicismi come una malattia della lingua, proponendo italianizzazioni anche radicali. La sua posizione, accolta inizialmente con un certo scetticismo, è oggi spesso rivalutata.

Sul fronte opposto, linguisti come Tullio De Mauro hanno sempre sostenuto una visione più descrittiva: le lingue cambiano e ogni epoca ha avuto le sue "invasioni" lessicali. L'italiano ha assorbito massicciamente francesismi nel Settecento e nell'Ottocento senza esserne destabilizzato. Perché temere oggi gli anglicismi?

L'Accademia della Crusca ha tenuto una posizione equilibrata. Nel 2015 ha promosso il gruppo Incipit, con l'obiettivo di proporre alternative italiane agli anglicismi in via di diffusione, soprattutto nella comunicazione istituzionale e mediatica. Non un divieto, ma un invito alla riflessione preventiva: prima di adottare un termine straniero, vale la pena chiedersi se non ne esista già uno italiano altrettanto efficace.

Diverso l'approccio adottato in Francia. La loi Toubon del 4 agosto 1994 impone l'uso obbligatorio del francese in numerosi contesti pubblici: pubblicità, contratti di lavoro, etichette dei prodotti, comunicazioni della pubblica amministrazione. L'Académie française vigila sull'evoluzione del lessico e propone sistematicamente equivalenti francesi per i neologismi anglofoni (courriel per e-mail, mot-dièse per hashtag, e così via). I risultati sono parziali ma l'effetto culturale è significativo: in Francia un annuncio di lavoro redatto in inglese sarebbe, in molti casi, semplicemente illegale.

In Italia non esiste una normativa equivalente. Sono state presentate, negli ultimi anni, varie proposte di legge in materia di tutela dell'italiano, ma il quadro normativo resta sostanzialmente aperto.

 

Una valutazione critica

Come orientarsi in questo paesaggio?

Una posizione equilibrata sembra possibile, e dovrebbe distinguere chiaramente tra i diversi tipi di prestito. Per i prestiti necessari, ogni resistenza è destinata a fallire e non avrebbe senso. Una lingua viva integra parole nuove per nuove realtà. Computer, software, internet sono ormai parte dell'italiano a pieno titolo, e nessun parlante li percepisce più come stranieri. Per i prestiti di lusso, invece, la questione è diversa. Quando esiste un perfetto equivalente italiano, la scelta del termine inglese è un atto culturale, non linguistico. È un segnale di appartenenza a un certo ambiente, di adesione a un certo immaginario aziendale, di volontà di apparire moderni e internazionali. Tutto legittimo, ma non neutro: ogni volta che si preferisce meeting a riunione, l'italiano perde un piccolo pezzo di vitalità lessicale. Per gli pseudoanglicismi, c'è un problema ulteriore di correttezza tecnica: dire smart working credendo di parlare inglese significa non parlare né bene l'inglese né bene l'italiano. È un fenomeno di provincialismo travestito da cosmopolitismo, che andrebbe corretto innanzitutto nei contesti istituzionali.

C'è infine un problema più propriamente democratico. Una pubblica amministrazione che comunica con i cittadini usando termini come stepchild adoption, jobs act, spending review, hot spot, lockdown, esclude di fatto buona parte della popolazione dalla piena comprensione delle politiche che la riguardano. La lingua delle istituzioni deve essere accessibile e in Italia quella lingua è, e deve restare, l'italiano.

 

Conclusioni

Le lingue non sono statiche: cambiano, si contaminano, si arricchiscono. Sarebbe sterile, oltre che impossibile, opporsi a ogni innovazione lessicale. L'inglese, nella sua attuale posizione di lingua franca globale, è una realtà con cui ogni lingua nazionale deve fare i conti, come l'italiano ha fatto nei secoli passati con il latino e con il francese. Tuttavia, una lingua non si difende solo con i divieti: si difende soprattutto con l'uso consapevole. Sapere che dire deadline non aggiunge nulla a scadenza, che mission è precisamente missione, che rider è semplicemente un fattorino, è già un primo passo. Distinguere ciò che è realmente nuovo da ciò che è solo una nuova etichetta per cose vecchie è un esercizio di igiene mentale prima ancora che linguistica. Il problema, in fondo, non è l'inglese. Il problema è la rinuncia preventiva alla precisione del proprio idioma. Una lingua che smette di nominare le proprie cose con le proprie parole, smette anche, un po' alla volta, di pensarle.

Bibliografia essenziale

Castellani A., Morbus Anglicus, in "Studi Linguistici Italiani", XIII, 1987, pp 137-153;

De Mauro T., Storia linguistica dell'Italia repubblicana. Dal 1946 ai nostri giorni, Laterza, Roma - Bari 2014.

Marazzini C., L'italiano è meraviglioso. Come e perchè dobbiamo salvare la nostra lingua, Rizzoli, Milano 2018.

Accademia della Crusca, gruppo Incipit, comunicati e raccomandazioni dal 2015, consultabili in accademiadellacrusca.it

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