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La nuova legge elettorale: che cosa cambia, da dove veniamo, dove stiamo andando

Una guida ragionata al sistema che il Parlamento sta discutendo, alle sue radici storiche e alle obiezioni che sta sollevando

Ogni volta che in Italia si parla di legge elettorale, il dibattito pubblico si divide fra chi la considera una questione da addetti ai lavori e chi vi legge, invece, il cuore della democrazia. La verità sta nel mezzo, ma pende decisamente verso la seconda posizione: la legge elettorale è la regola che traduce i voti dei cittadini in seggi parlamentari, e quindi in potere politico. Cambiare quella regola significa cambiare chi governa, con quali margini, e con quale legittimazione.

In questi giorni la Camera dei deputati ha approvato una riforma che sostituisce integralmente il sistema oggi in vigore. Il testo passa ora al Senato. Vale la pena capire, con calma, di che cosa si tratta.

Un po' di storia: settant'anni di riforme

Per orientarsi nel presente serve un minimo di memoria. La storia elettorale della Repubblica si può leggere come un lungo pendolo fra due esigenze opposte: rappresentare fedelmente il pluralismo del Paese e garantire che, la mattina dopo il voto, esista una maggioranza capace di governare.

Il proporzionale della Prima Repubblica (1948-1993)

Per quasi mezzo secolo l'Italia ha votato con un sistema proporzionale con voto di preferenza. L'elettore sceglieva la lista e, dentro la lista, i candidati. Il Parlamento rispecchiava con grande fedeltà la geografia politica del Paese, ma i governi erano costruiti a posteriori attraverso trattative fra partiti: da qui la celebre instabilità degli esecutivi, pur dentro una notevole continuità del sistema politico.

Una parentesi va ricordata: la legge del 1953, ribattezzata dalle opposizioni "legge truffa", introduceva un premio di maggioranza per la coalizione che avesse superato il 50% dei voti. Il premio non scattò per pochi decimi di punto e la legge fu abrogata l'anno successivo. È un precedente che torna spesso, non a caso, nel lessico polemico di oggi.

Il Mattarellum (1993-2005)

Dopo i referendum promossi da Mario Segni e nel pieno della crisi dei partiti storici, si passò a un sistema misto a prevalenza maggioritaria: tre quarti dei seggi assegnati in collegi uninominali con formula secca (vince chi prende un voto in più), un quarto con metodo proporzionale. Prese il nome del relatore, Sergio Mattarella. Favorì l'aggregazione bipolare del sistema politico e l'alternanza fra centrodestra e centrosinistra.

Il Porcellum (2005-2013) e la sentenza n. 1/2014

La legge Calderoli, ribattezzata dal suo stesso autore con un epiteto poco lusinghiero rimasto nella storia, tornò al proporzionale ma con due innovazioni destinate a pesare: un premio di maggioranza senza alcuna soglia minima di voti e liste interamente bloccate, senza preferenze.

Nel 2014 la Corte costituzionale la dichiarò illegittima proprio su questi due punti. Il premio senza soglia, disse la Corte, produce una distorsione irragionevole della rappresentanza; le liste bloccate lunghe, unite all'impossibilità di esprimere preferenze, privano l'elettore della scelta del proprio rappresentante.

L'Italicum (2015) e la sentenza n. 35/2017

Voluto dal governo Renzi in vista di una riforma costituzionale poi bocciata dal referendum del 2016, l'Italicum prevedeva un premio alla lista che superasse il 40% dei voti e, in mancanza, un ballottaggio fra le due liste più votate. Anche questa legge finì davanti alla Consulta, che nel 2017 dichiarò illegittimo il ballottaggio.

Il conto è presto fatto: nella storia recente, due leggi elettorali su quattro sono state dichiarate incostituzionali, entrambe sul meccanismo del premio di maggioranza. È un dato che pesa sul dibattito attuale.

Il Rosatellum (2017-oggi)

Il sistema con cui abbiamo votato nel 2018 e nel 2022 è ancora una volta misto: circa un terzo dei parlamentari eletto in collegi uninominali, il resto con metodo proporzionale in collegi plurinominali a liste bloccate corte. L'elettore ha una scheda sola e un voto solo, che si trasferisce automaticamente dal candidato uninominale alle liste che lo sostengono. Anche il Rosatellum ha ricevuto la sua parte di critiche, soprattutto per l'assenza di preferenze e per il meccanismo del voto congiunto.

La proposta attuale: che cosa prevede

Il testo, primo firmatario il deputato Galeazzo Bignami, è stato battezzato "Stabilicum" dalla maggioranza e "Melonellum" dalle opposizioni. I collegi uninominali scompaiono: si torna a un impianto proporzionale, corretto però da un premio in seggi. Questi i punti principali.

  • Premio di maggioranza: 70 seggi alla Camera e 35 al Senato vanno alla lista o coalizione che supera il 42% dei voti.

  • Doppia condizione: il premio scatta solo se lo stesso soggetto raggiunge il 42% in entrambi i rami del Parlamento. Se nessuno arriva alla soglia, o se Camera e Senato esprimono maggioranze diverse, il premio non si assegna e la ripartizione avviene con proporzionale puro.

  • Candidato premier: le forze politiche devono indicare, all'atto del deposito del programma, il nome della persona proposta per l'incarico di Presidente del Consiglio, a pena di inammissibilità della lista. In caso di coalizione il nome deve essere il medesimo per tutti. Restano ferme le prerogative del Presidente della Repubblica e il divieto di vincolo di mandato. Il nome non compare sulla scheda.

  • Liste bloccate: i candidati sono presentati in liste di collegio plurinominale, nell'ordine deciso dai partiti. Nessun voto di preferenza.

  • Pluricandidature: lo stesso candidato può presentarsi fino a un massimo di cinque collegi, e chi figura nelle liste circoscrizionali del premio ha l'obbligo di candidarsi anche in una lista di partito.

  • Soglie e anti-frammentazione: al Senato le soglie restano calcolate su base nazionale, con deroga per le liste che superino il 20% in almeno una regione. I voti delle liste coalizzate sotto il 3% non concorrono alla cifra elettorale di coalizione, salvo la lista del miglior perdente.

  • Voto dei fuorisede: studenti, lavoratori e persone in cura potranno votare nel comune di domicilio temporaneo. È probabilmente la novità su cui si registra il consenso più ampio.

Il nodo delle preferenze

Qui si è consumato l'episodio politicamente più clamoroso dell'intero iter. Il testo prevede liste interamente bloccate. Fratelli d'Italia, Noi Moderati e l'Unione di Centro hanno presentato un emendamento per introdurre fino a tre preferenze fra i candidati di lista, esclusi i capolista.

L'emendamento è stato respinto a scrutinio segreto per un solo voto: 188 contrari contro 187 favorevoli. Lega e Forza Italia hanno votato contro, insieme alle opposizioni. Poiché il voto era segreto, il risultato ha rivelato una frattura interna alla maggioranza: un numero consistente di parlamentari ha affossato una misura sostenuta dal partito della premier senza doverne rispondere pubblicamente.

Al netto della polemica, il dato sostanziale è questo: le liste restano bloccate, e la selezione dei parlamentari resta interamente nelle mani dei partiti.

Le obiezioni dei costituzionalisti

Oltre centocinquanta professori di diritto costituzionale delle principali università italiane hanno sottoscritto un appello pubblico intitolato "torniamo alla Costituzione". Le critiche si concentrano su tre profili.

Il premio di maggioranza. La Corte costituzionale non ha mai escluso in assoluto i meccanismi premiali, ma li ha sottoposti a condizioni rigorose: il premio deve essere proporzionato, deve operare in presenza di una soglia ragionevole di consenso e deve essere effettivamente idoneo a garantire la governabilità. Secondo i firmatari, un premio di questa entità può spingere il vincitore oltre il 57% dei seggi alla Camera e verso il 60% al Senato, incidendo anche sulle cosiddette maggioranze di garanzia, quelle richieste per l'elezione degli organi di garanzia e per le revisioni costituzionali.

Le liste bloccate e le pluricandidature. Un sistema fondato integralmente su liste bloccate, aggravato dalla possibilità di candidarsi in cinque collegi, sottrae al cittadino la scelta del proprio rappresentante. È il vizio già censurato nel 2014.

L'indicazione del candidato premier. Secondo i critici introduce un "premierato di fatto", cioè per legge ordinaria un effetto che la Costituzione non prevede e che il referendum costituzionale non ha autorizzato, comprimendo la forma di governo parlamentare.

A questi si aggiunge un'obiezione di metodo: modificare le regole del gioco a ridosso della fine della legislatura è considerato, da molti, un'anomalia in sé. Alcuni giuristi hanno proposto l'idea di un "anno bianco" delle leggi elettorali, per impedire riforme nell'ultima fase della legislatura.

Le ragioni della maggioranza

Sarebbe scorretto restituire una sola voce. Chi sostiene la riforma argomenta che l'obiettivo è la stabilità: evitare le lunghe fasi di stallo post-elettorale, i governi costruiti a tavolino, le maggioranze che si sfaldano in corso di legislatura. La soglia del 42% viene presentata come un livello di consenso tutt'altro che simbolico, e il fatto che il premio non scatti in mancanza di quella soglia come una garanzia contro le distorsioni. Sul candidato premier, la maggioranza sottolinea che il nome non compare sulla scheda e che le prerogative del Capo dello Stato restano intatte.

Va inoltre riconosciuto un punto: molte delle critiche sull'assenza di preferenze valgono anche per il Rosatellum attualmente in vigore, approvato da forze oggi all'opposizione. Il problema della distanza fra elettori ed eletti, in altre parole, non nasce oggi.

A che punto siamo

L'Aula della Camera ha approvato il testo con 217 voti favorevoli, 152 contrari e 2 astensioni, a scrutinio segreto, fra proteste e cartelli esposti dai banchi dell'opposizione. Il provvedimento passa ora all'esame del Senato, dove potrà essere ulteriormente modificato: in quel caso tornerebbe alla Camera.

Che cosa succede dopo l'eventuale approvazione definitiva? La legge elettorale non può essere impugnata direttamente davanti alla Corte costituzionale: occorre che un giudice sollevi la questione nel corso di un giudizio, secondo il meccanismo che ha già consentito le pronunce del 2014 e del 2017. È una strada percorribile, ma lunga e incerta nei tempi.

Perché dovrebbe interessarci

Il dibattito tende a incendiarsi sulle etichette: legge truffa da una parte, garanzia di stabilità dall'altra. Ma le domande vere sono più semplici e più scomode. Quanta distorsione della rappresentanza siamo disposti ad accettare in cambio di quanta governabilità? E soprattutto: quanto conta, per un cittadino, poter scegliere non solo il partito ma anche la persona che lo rappresenterà?

Su questo secondo punto, l'esito del voto sulle preferenze è eloquente. Nessuna delle formule elettorali sperimentate negli ultimi vent'anni ha restituito agli elettori quel potere di scelta, e la riforma in discussione non fa eccezione. Forse è qui, più che nelle percentuali del premio, che si misura la distanza fra i cittadini e le istituzioni che li rappresentano.

 

Aggiornato al 16 luglio 2026. L'iter parlamentare è in corso: il testo è passato all'esame del Senato.

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