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Cultura, moda e viaggi

Un viaggio attraverso gli itinerari del mondo e nuovi luoghi da visitare, culture da conoscere. Non solo. Moda, hair look, make up e tutte le tendenze più attuali.

Due cappelli di paglia e i porti che hanno rubato loro il nome

Ci sono oggetti che portano addosso una bugia geografica e la portano così bene che nessuno si sogna di correggerla. Il cappello Panama non viene da Panama. Il cappello di paglia di Firenze, per gli inglesi, si chiama Livorno. In tutti e due i casi il nome non racconta il luogo in cui l’oggetto nasce, ma il molo da cui è partito: il porto ha vinto sull’artigiano, la logistica sulla mano che lavora. È una piccola ingiustizia toponomastica, ed è anche il modo più elegante per raccontare come funziona la moda quando incontra il commercio.

Il Panama che nasce in Ecuador

Il cappello che tutti chiamano Panama si intreccia in Ecuador, con le fibre di una pianta dall’aspetto di palma, la Carludovica palmata, che sulla costa chiamano paja toquilla. Gli steli si raccolgono verdi, si bollono per eliminare la clorofilla, si fanno asciugare e sbiancare, e solo allora arrivano nelle mani delle tessitrici e dei tessitori, che partono dal centro della cupola e procedono verso l’ala in una spirale che non ammette errori: un punto sbagliato non si corregge, si ricomincia.

I luoghi da conoscere sono due. Montecristi, nella provincia di Manabí, con il villaggio di Pile dove si producono i pezzi più fini del mondo, e Cuenca, sulle Ande, dove la lavorazione è più rapida e la produzione più ampia. Un cappello ordinario si intreccia in un giorno; un esemplare eccezionale può richiedere mesi di lavoro, perché le fibre più sottili si lasciano piegare soltanto con l’aria umida, all’alba o dopo il tramonto, e chi tesse deve fermarsi quando il clima non collabora.

Il nome sbagliato nasce nell’Ottocento: i cappelli ecuadoriani venivano imbarcati verso l’istmo di Panama, snodo obbligato dei traffici fra i due oceani, e da lì raggiungevano l’America del Nord e l’Europa. Chi li comprava li associava allo scalo, non al paese d’origine. La consacrazione arriva con un’immagine: nel 1906 il presidente statunitense Theodore Roosevelt viene fotografato ai cantieri del canale in abito chiaro e cappello di paglia, e quella fotografia fa il giro dei giornali. L’Ecuador ha impiegato più di un secolo a rivendicare la paternità: nel dicembre 2012 l’Unesco ha iscritto la tessitura tradizionale del cappello ecuadoriano di paja toquilla nella lista rappresentativa del patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Il nome, però, è rimasto quello sbagliato. Succede.

Come si riconosce un cappello fatto bene

Chi compra un Panama impara presto che il prezzo dipende dalla finezza dell’intreccio, cioè dal numero di giri e di punti contenuti in uno spazio dato. Ci sono due prove empiriche che si possono fare in negozio senza sembrare presuntuosi. La prima è guardare la cupola in controluce: la spirale che parte dal centro deve essere regolare, i punti serrati e uniformi, senza zone più rade che tradiscono la fretta. La seconda è guardare l’ala e la finitura del bordo, che nei pezzi buoni è rifinita a mano e non semplicemente tagliata e incollata.

Sulla possibilità di arrotolarlo conviene essere prudenti. Solo alcune lavorazioni molto fini lo consentono, e comunque non a lungo e non stretto: la piega ripetuta rompe le fibre esattamente dove il cappello si vede di più. La regola di conservazione è semplice e vale per quasi tutti i cappelli in materiale naturale: si prende per l’ala e non per la cupola, che a forza di essere pizzicata si sfonda, e si ripone capovolto, appoggiato sulla cupola, così che l’ala non si schiacci.

La paglia di Firenze che gli inglesi chiamano Livorno

La seconda storia è tutta toscana e ha la stessa struttura. Nella piana fra Firenze, Signa e il Valdarno inferiore, la lavorazione della treccia di paglia è un mestiere documentato da secoli: si coltiva il grano non per il chicco ma per lo stelo, lo si taglia acerbo, lo si fa essiccare e sbiancare, poi le trecciaiole intrecciano nastri sottilissimi che vengono cuciti a spirale fino a formare la calotta e la falda. La svolta, nel Settecento, arriva da un’intuizione agronomica: seminare in primavera un grano minuto, che cresce meno robusto e regala steli più sottili, più chiari e più flessibili. Da lì nasce la fama internazionale della paglia di Firenze.

E qui torna la beffa. Sui mercati anglosassoni quei cappelli non presero il nome della città che li produceva, ma quello del porto da cui venivano spediti: Livorno, che in inglese si scriveva Leghorn. Per oltre un secolo la parola indicò un tipo di paglia e un tipo di cappello, e finì persino a battezzare una razza di gallina bianca esportata dalla Toscana. Anche stavolta il molo si è preso il merito del laboratorio.

Un cappello che ha attraversato il teatro e il cinema

Se questi due oggetti fossero soltanto accessori non sarebbero arrivati fin qui. Il cappello di paglia toscano ha una carriera artistica notevole: nel 1851 un vaudeville francese di Eugène Labiche costruisce un’intera commedia degli equivoci intorno a un cappello di paglia d’Italia mangiato da un cavallo, con lo sposo costretto a rincorrere per Parigi un esemplare identico prima che la cerimonia salti. Nel 1928 René Clair ne ricava uno dei film comici più raffinati del muto. Nel Novecento Nino Rota lo trasforma in un’opera buffa, andata in scena a Palermo nel 1955 con il titolo che tutti conosciamo. Un intreccio di steli di grano è diventato un motore narrativo: perdere il cappello significa perdere la faccia, e la commedia nasce esattamente lì.

Come portarlo oggi, senza sembrare in costume

La regola che funziona è la sobrietà. Un cappello di paglia chiara sta bene con colori naturali e tessuti che respirano, lino, cotone, seta leggera, e regge benissimo un abbinamento formale, purché la falda sia proporzionata: larga se il viso è piccolo e il resto della silhouette è morbido, più contenuta se si teme l’effetto scenografico. Il nastro, che in gergo si chiama fascia, è il dettaglio che decide il tono: nero o blu scuro per restare classici, colorato o in tessuto stampato per un registro più libero.

Vale poi la pena ricordare che un cappello di paglia buono è un oggetto di protezione, non solo di stile: nelle ore centrali dell’estate un’ala di sei o sette centimetri fa una differenza reale su viso, orecchie e nuca, che sono i punti più esposti e più dimenticati. Chi lo compra in viaggio, in Ecuador o in Toscana, dovrebbe farsi dire da chi lo vende come è stato lavorato e da chi: nei due casi si tratta di mestieri che sopravvivono perché qualcuno continua a comprarli, e il prezzo giusto è quello che tiene in vita la mano che ha intrecciato.

Resta la lezione dei nomi. Il Panama non viene da Panama e la paglia di Firenze in inglese si chiama Livorno: due promemoria discreti del fatto che le cose che indossiamo raccontano quasi sempre la rotta più che l’origine. Vale la pena, ogni tanto, risalire la corrente e andare a vedere chi c’era davvero all’inizio.

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